Nella dinamica nuziale

triste trinità

… finché non si sonda il rifiuto, il tradimento, non si è mai amato. Cominci ad essere fedele non quando sei innamorato, ma quando all’orizzonte compare un’altra persona alternativa al tuo coniuge e devi scegliere. Perché se non hai mai scelto, non sei mai stato fedele. Finché io non ho attraversato il rifiuto, la fatica, il negativo dell’altro, ancora non l’ho amato: resto a un amore sentimentale”. (G.Mazzanti)

E che male c’è a rimanere a una amore sentimentale quando nove traiettorie umane su dieci stanno cercando di centrare l’obiettivo minimo di una relazione affettiva, “sentimentale”? Ho l’impressione che anche stavolta mi si sta parlando di Dio dall’alto del pulpito, dall’alto della tanta fede che qualcuno ha e che io non ho, dall’alto dei tanti studi, lauree e onorificenze in bella mostra sul petto, mentre io a scuola prendevo solo bacchettate sulle mani e calci nel culo.

Ho bisogno di essere aiutato, ho bisogno che qualcuno mi parli della Trinità dal versante umano, poi proverò a tornare sulle parole d’esordio.

Quando aprii quella porta non mi parve vero: anzichè entrare in un antro sepolcrale (chissà perché gran parte dei blog sono così?) dove le parole le devi andare a grattare dalle pareti umide e buie in cui sembrano lentamente decomporsi, mi trovai dentro un quadretto familiare luminoso e allegro. Finestre spalancate, luce, aria fresca, pensieri freschi, voci di bambini che giocano, rumori di vita quotidiana, profumo di bucato, di piatti puliti, di cuscini morbidi. Una comunità familiare in cui la convivenza delle persone era intrisa di affetto, impregnata di attenzioni, di cura. Se l’avessi incontrato oggi avrei detto: “Ti ringrazio, Signore, perché hai voluto mostrarmi il volto della Trinità”; allora rimasi solo meravigliato di quella traccia felice che avevo appena incrociato e dissi tra me e me “Viva la famiglia” (che famiglia e Trinità non siano un po’ lo stesso genere di cose?! Non ho tempo di studiare ormai, mi debbo limitare all’osservazione e, quando sono particolarmente fortunato, all’incontro con delle persone.

In contesti del genere non riesci a non toccare nulla, a non dire nulla, a rimanere spettatore passivo; devi pur sfiorarla questa armonia per accertarti che non è solo virtuale, rappresentata, recitata, mimetizzata. Allora che fai? Scrivi un messaggio, allunghi cioè una mano per toccare, per avere qualche sensazione di ritorno. La tua mano passa attraverso lo schermo, si intrufola dall’altra parte e tasta un po’ il terreno. A volte non tocchi un bel nulla, a volte tocchi materiale indecifrabile, semioleoso, un po’ repellente, a volte dolorose bacchettate come a scuola, da bambino. A volte invece qualcuno dall’altra parte ti sfiora, ne senti la pelle, il calore, la morbidezza; senti che ti dà una risposta relazionale, accogliente, dialogante.

Entrando in quella casa mi sembrò di ricevere un intero abbraccio da parte di questa “madre-sorella-sposa”, ma non solo, mi sembro che un manipolo di bambini venisse a tuffarsi in braccio a me festanti. Una traiettoria umana bellissima e luminosa, allegra, leggera, sdrammatizzante, auto-ironica, sorridente, gioiosa.

Io le chiamo traiettorie ma sono persone… persone della terra, che della terra attraversano anche le buche, le asperità, le pozzanghere infangate, talvolta i crepacci senza fondo.

Scoprii che tutta quella gioia era stata impacchettata per bene e spedita per un tour gratuito all’inferno. C’era apprna stato un abbandono e non si era fatto in tempo a sparecchiare la gioia dalla vista; una comunità d’amore era stata da poco infranta, un riflesso della Trinità sembrava essere stato coperto da una schizzata di fango, come quando mentre piove l’imbecille di turno viene a mettere le ruote dentro la pozzanghere vicino al marciapiede dove stai camminando. Così mi sentii anch’io all’apprendere questa notizia: irrimediabilmente imbrattato. Un’altra famiglia spezzata, un’altra dimostrazione che niente dura, che la fedeltà non esiste, che i sentimenti si spengono come le candeline di una torta, che il matrimonio è la tomba dell’amore, che gli uomini sono tutti uguali, bla bla bla…

Eppure le luci non si sono spente in quella famiglia, le finestre sono ancora aperte, l’aria circola, l’amore circola, c’è profumo di Trinità, di Comunione, d’Amore.

Riprendo le parole del teologo: “Finché io non ho attraversato il rifiuto, la fatica, il negativo dell’altro, ancora non l’ho amato”. Non c’è nessuna famiglia spezzata, ci sono solo i preparativi concitati per accogliere un amore più grande, che ad un occhio superficiale può sembrare affanno invece è Trinità in azione.

Questa famiglia sopravviverà, di dolore farà speranza, di sangue verità.

Grazie a tutte le famiglie che con i loro sacchetti pieni di gioia di vivere, alzano ogni giorno gli argini trinitari per contenere l’inondazione del non-senso.

©simpal

Annunci

La linea

maschera 1

… che unisce la tua pupilla con la mia è la traiettoria perfetta. Sul filo di questa linea viene generata una delle armi più potenti di cui l’uomo dispone: lo sguardo. L’occhio che vede è la metafora di ogni consapevolezza; l’occhio che incontra l’altro è la metafora di ogni riconoscimento; l’occhio che si chiude è la metafora di ogni indifferenza, di ogni omissione, di ogni fuga, di ogni viltà.

Sarà per questo che la mia guida indù, prima che ci addentrassimo nel fitto del canneto, in pieno parco del Dudhawa, in India, mi porse una maschera di legno raffigurante un volto umano dai colori sgargianti con la bocca aperta e due enormi occhi spalancati. Gli chiesi a gesti che cosa ne dovessi fare, lui mi fece cenno di indossarla. Perplesso, la indossai, ma non c’erano buchi in corrispondenza degli occhi quindi non vedevo nulla e in più pesava maledettamente, con quel caldo la cosa mi era insopportabile. Me la tolsi subito e mostrai il mio sguardo un po’ stizzito alla guida. Lui non si scompose; prese la sua maschera e la indossò… al contrario: si mise la faccia dipinta sulla nuca… a vederlo sembrava la scimmiottatura di un giano bifronte in versione carnevalesca. Ma che senso ha tutto ciò? Con un inglese un po’ biascicato mi spiegò l’arcano: la maschera non serve per te, serve per la tigre. Pare che le mangiatrici di uomini preferiscano tendere i loro agguati mortali alle spalle delle vittime, e pare che la maschera con gli occhi sgranati sulla nuca le induca a credere che abbiano un uomo di fronte e non di spalle. Pare che il più delle volte, ingannate dalla maschera, desistano dall’attacco.

Potere di uno sguardo.

Se mi ci soffermo un po’ mi vengono in mente decine di occhi di tigre che lampeggiano dagli avatar, decine di sfondi dove la traiettoria di uno sguardo sembra scorrere sulla tua pelle come un’artiglio felino. Il popolo delle ombre spesso si affida al potere di uno sguardo, di una pupilla, di un occhio umano o non per trasmettere un’identità, un’emozione, un perché, un fine. Anch’io scelsi come mio primo avatar gli occhi dei miei tre anni per dire qualcosa a qualcuno. I miei erano occhi di tigre, erano gli occhi innocenti che ha qualsiasi cucciolo. Ma i cuccioli crescono e se sono cuccioli di tigre, da grandi divorano. Mi sto chiedendo seriamente che razza di cucciolo sono dopo più di mezzo secolo di camminamenti attraverso i canneti della vita. Sono stato preda o predatore?

Dei predatori qui ho trovato solo  cuccioli spauriti. Traiettorie non lineari di sguardi nati fieri ma finiti in cattività… distorti, biechi, rabbiosi. Lungo il caravanserraglio delle bestie feroci ho incontrato solo fauci sdentate, tristezza in formato tradimento, aggressiva e infida, nostalgia struggente di libertà, di guarigione.

Io le chiamo traiettorie ma sono persone.

Stavolta non ho bisogno di chiedere, invocare, sbraitare, protestare nei tuoi confronti, Signore. La risposta la so da me. In quelle gabbie io ci dovrei entrare… con delicatezza e fiducia; dovrei richiudere la porta alle mie spalle, dovrei sedermi di fronte alla tigre di turno e dovrei posare la traiettoria perfetta del mio sguardo sui suoi occhi: “Io sono qui per te. Sono indifeso, non mi debbo difendere da te perché tu non sei mia nemica, né potresti esserlo perché io non ho nemici. Ho paura ma non tremo, non ho nulla che tu mi puoi togliere che io non sia venuto a distendere ai piedi della tua aggressività. Guardami negli occhi: forse senti che il mio sguardo ti minaccia?, Ti ferisce? Ti giudica? Ti condanna? Ti critica? Ti irride? Ti svaluta? Ti inquieta? Ti offende? Ti toglie qualcosa? Se la risposta è “Sì” prendi pure un brandello della mia carne e sazia la tua fame di vendetta. Se la risposta è “No” avvicinati pure a sfiorami con la tua lingua, prendimi tra le tue possenti zampe e coccolami come un tuo cucciolo. Ritrova il bandolo dell’amore che innescava le tue carezze, nostalgia dell’unica Carezza che ti ha generato. Smetti di ruggire per favore. Gioca un po’ con me”.

Una leggenda dice che Dio creò il gatto per permettere all’uomo di accarezzare la tigre. La mia leggenda dice che Dio ha creato me per permettere alla tigre di accarezzare un essere umano.

Sono andato tante volte a Roma, per i motivi più svariati. Non sono mai andato in Vaticano (per un credente è quasi una bestemmia); sono andato qualche volta al Colosseo… a pregare. In un angolo, sotto gli arconi, con vista sull’arena, socchiudendo gli occhi e invitando il mio olfatto ad andare a sondare qualche pietra, qualche tratto di sabbia dove possa esser rimasto impregnato l’odore del martirio. Lì qualcuno veniva sbranato da tigri vere mentre il pubblico si divertiva.

C’è una domanda non la posso proprio trattenere, Signore: Chi erano costoro per aver avuto il privilegio di andare a finire direttamente in grembo a Te, per essere coccolati in eterno? Mi manderai una tigre cieca per darmi lo stesso privilegio?

©simpal

Il volo di una farfalla…

farfalla… non segue una traiettoria. Non è una traiettoria, è un balbettio di ali, uno scarabocchio nell’aria, reiterato, stropicciato, incomprensibile. Il battito delle sue ali è incompiuto, diffratto, titubante, pavido e tenace al tempo stesso. A seguirlo attentamente si può arrivare ai confini della vertigine, è come se gli cadessero le note mentre le suona, una ne prende una ne lascia, una sinfonia smozzicata. Nell’atmosfera densa e ricolma di aromi delle giornate primaverili lei sembra andare a prendere tutti i vuoti d’aria che ci sono, sembra annaspare, precipitare, schiantarsi…

Il volo di una farfalla sembra essere l’unica traiettoria di salvezza dentro la pioggia di sassi di uno smottamento dolomitico, indecifrabile e precisa, inutile ed essenziale al tempo stesso. Ha il sapore del corteggiamento. La danza che disegna nel pressi di un fiore dice di un amore e di un timore, di un vorrei e non vorrei e spesso si risolve con una folata di vento che la distoglie via dalla sua effimera passione.

Da bambino mi piaceva tanto sfogliare i pochi libri che circolavano in casa. Preferivo quelli con le immagini perché le parole, allora, non erano che macchioline nere messe in fila a ricamare i fogli bianchi. Incontravo perciò tante pagine “inutili”, ma ogni tanto in mezzo ai piccoli geroglifici spuntava un’immagine e solo allora la pagina acquisiva un senso. Come mi ci perdevo in quelle immagini! Una volta, nel girare una pagina, mi trovai sotto gli occhi un’immagine strana e vivida, come fosse in bassorilievo; aveva dei colori bellissimi: era una grande farfalla, di quelle che nelle ali sembrano avere dipinti degli occhi umani. Mi apprestavo a guardarla meglio quando l’immagine scivolò via dalla pagina… rimasi brevemente stupito e anche un po’ preoccupato, ma l’arcano si svelò immediatamente, perché non era un’immagine, ma una farfalla vera. Era stata conservata dentro le pagine del libro ed era divenuta sottilissima, come un foglio di carta velina, rigida e fragile. La poesia della bellezza sembrò vacillare come se avesse ricevuto un pugno in pieno stomaco, perché vidi la realtà crudele di una creatura uccisa per schiacciamento e lasciata essiccare dentro le pagine “inutili” di un libro. Un delitto ornamentale da mettere dentro l’improbabile mini-museo di storia naturale. Provai a prendere la farfalla per rimetterla tra le pagine ma la sua bellezza si frantumò miseramente e non ci fu più né immagine, né farfalla, né poesia. Rimase solo la nostalgia di un mistero che ancora oggi cerco spasmodicamente.

Quella farfalla morta era un esempio raro di come la bellezza di una verità riesca a prevalere sulla realtà di un supplizio e di una morte. Il Signore mi aveva regalato un piccolo simbolo pasquale, un anticipo della grande Pasqua, quella del patire, morire e risorgere in Bellezza e Verità. Lo capisco solo adesso ma il suo profumo mi ha accompagnato per anni, per una vita.

Non me ne sono accorto subito, ma una farfalla si era venuta a posare sul mio braccio mentre vagavo alla ricerca di volti in questo mondo di ombre. Leggera e delicata come tutte le farfalle, sulle ali portava un capolavoro dell’arte contemporanea, dipinto direttamente dal pennello di Dio, inestimabile ed effimero, segno di un Talento non tesaurizzabile nelle gallerie d’arte, ma fruibile solo nei cuori innamorati. Sul mio braccio sembrava aver trovato un equilibrio stabile, una dimora. Mi parlava in codice, con un accennato tremito delle ali, con l’alternarsi del loro chiudersi e schiudersi, come fossero morbide carezze. Sarebbe rimasta a farmi compagnia chissà per quanto tempo se non avessi avuto l’ardire di avvicinare le mie dita alle sue ali. Non volevo toccarla, volevo solo invitarla sul palmo della mia mano per guardarla meglio. Ma la farfalla non capì e volò via con un gioco di prestigio delle ali.

Io le chiamo traiettorie, ma sono persone.

Quella che ho incontrato oggi appartiene alle “intoccabili”, persone di una fragilità infinita, che si muovono nel mondo solo se sono sbocciati i fiori che ne accolgano la sosta o il loro riprendere fiato, ogni tanto. Sono persone che istintivamente si fiderebbero di tutti, che si lascerebbero deturpare le ali da qualsiasi mano. Solo un refolo divino le salva il più delle volte, portandotele via dal braccio appena in tempo.

Oggi, Signore, mi hai ricordato cosa sia il peccato: mettere le mani sulla bellezza di una Tua verità per farne proprietà e uso esclusivi, per prendere e non restituire, per schiacciare e mummificare dentro le pagine del proprio vissuto asfittico e asfissiante. Mi hai ricordato che prima di porgere la mano debbo averla decontaminata dall’avidità, debbo averne grattato via ogni asperità di egoismo, debbo averla riscaldata di affetto, debbo averla impregnata e massaggiata con il Tuo olio taumaturgico… e malgrado tutto ciò riconoscere che pur con questa mano santificata non ho alcun diritto di dare una carezza a chi non la vuole.

©simpal

Ci sono traiettorie…

fessure nei muri

… che non lasciano scia. Creature che abitano le fessure dei muri e gestiscono una personale ragnatela di parole zuccherine, fatta di fili pesanti di miele rappreso che un tempo doveva essere attraente. Creature sospese, traiettorie in attesa.

Quella che aspettava me era in attesa chissà da quanto tempo, aspettava di udire il suono di un passo diverso. Uditolo è scivolata fuori morbida e veloce e si è messa nella mia scia. Sono traiettorie-copia, ti si conformano, ti si sincronizzano, ti aderiscono. Non le vedi perché rimangono costantemente alle tue spalle. Di te prendono le particelle che si staccano dai tuoi pensieri, dalle tue emozioni e se ne nutrono. Non hanno voce, non emettono suoni… a volte rilasciano nell’aria piccole volute di aromi strani, come di essenze leggermente decomposte, o soavi profumi filtrati attraverso indumenti sudati. Non capisci se è un odore di vita o un odore di morte. Non sai nemmeno da dove venga esattamente, perché ti raggiunge solo a piccole folate tardive quando rallenti il passo.

Il tratto era pianeggiante, cespugli a macchia, brevi lingue sabbiose, compatte; aveva piovuto da poco e la sabbia era ancora densa, coesa, plastica, nelle condizioni in cui le eventuali orme vi si imprimono nette. Da lì doveva essere passato qualcuno di corsa, le impronte erano di piedi umani, profonde e scavate per la spinta della corsa. Alzai gli occhi per vedere se ci fosse qualcuno, niente. Stavo per riprendere il cammino quando percepii forte l’odore di essenze leggermente decomposte, netta la sensazione che mi raggiungesse, mi avvolgesse, mi coprisse e ristagnasse su di me. Non capivo se era un odore di vita o un odore di morte, ma certo mi rendeva inquieto. La giornata era luminosa e tranquilla, non c’era anima viva in quella landa, anche il mio tempo scorreva in pace… perché l’inquietudine allora?

Ad un tratto mi venne in mente un lontanissimo ricordo della mia infanzia: giocavo sulla spiaggia, i miei genitori erano poco più in là, non c’era tanta gente, il mare era grosso. Improvvisamente si era alzato un forte vento che sollevava la sabbia e limitava la visibilità, bisognava chiudere gli occhi per ripararli dai granelli sparati dal vento. Dopo pochi secondi mi ero sentito solo, in pericolo, come se una mano di vento volesse rapirmi o farmi rotolare dentro le onde. In quei casi il tempo si ferma e le emozioni si dilatano per un tempo infinito. Il panico che provai in quel minuto o poco più di tempesta di sabbia attraversa ancora oggi, come il solco di un aratro, i miei ricordi.

Presentivo quel panico, ecco la mia inquietudine.

La figura-spettro che mi aveva seguito come un’ombra fin lì era scappata via di corsa e mi aveva lasciato nei vortici di quel fortore indecifrabile, olezzoso, attraente e repellente al tempo stesso. Era l’odore del terrore.

Io le chiamo traettorie ma sono persone.

Persone, in questo caso, che la vita ha provato a caricare di un peso eccessivo per le loro forze e loro sono andate in panico abbastanza presto. Ormai non reggono più nemmeno il peso di uno sguardo e si sono auto-condannate a vivere protette dentro le fessure dei muri. Escono soltanto quando sentono la consistenza della fiducia, quando la intuiscono in un passo che non vacilla, in parole non balbettate, in sentimenti che confluiscono sempre nella nostalgia di Dio. Escono e si mettono in scia, mimano la stessa nostalgia, si sincronizzano con lo stesso anelito all’Armonia. Ti accompagnano docili fino al solco della paura, quello che ognuno di noi porta dentro, e lì fuggono via all’improvviso, terrorizzate.

Sono persone, lo so Signore. Che lezione mi hai voluto dare facendomele incontrare? Forse volevi che, come Francesco con i lebbrosi, io non mi lasciassi nauseare dall’acre odore del terrore e le baciassi? Forse contavi che mi sarei stabilito per qualche tempo nei loro anfratti per rassicurarle dolcemente? Forse era lì dentro che mi avresti confidato un altro dei tuoi segreti e mi hai chiamato insistentemente?

Mi dispiace, Signore… lo ammetto: ho avuto paura di loro… non mi sono sentito sostenuto dalla tua mano, non ho avuto fede e sono scappato via. Tu lo sapevi già come sarebbe andata a finire: quelle orme che mi hai fatto incrociare sulla sabbia erano di uno che stava giusto scappando di corsa, erano le mie.

©simpal

Era una di quelle scie

poiana… che si possono vedere solo all’imbrunire, con le ombre incipienti; era una di quelle creature che hanno la pelle talmente sottile e delicata che la stessa luce improbabile di una stella avrebbe rischiato di ustionarla. Era appena passata come un fagotto di cenci piumoso scagliato nel buio. Un pigolio paglierino, poi un silenzio di pece. Per terra rimaneva un minuto piumaggio ancora caldo…, che era stato?

C’era aria di sfacelo, di morte lenta, di onnipotenza delusa e disillusa. Frammenti di una vita buia, mai illuminata, nemmeno un paio di faville casuali, nemmeno una briciola stantia d’amore.

Un pigolio di pece. Sembrava una richiesta di soccorso, quindi mi avvicinai. Gli occhi si vedevano bene, l’invocazione dentro le pupille si vedeva ancora meglio, ma gli artigli affilati erano aperti, tesi, in guardia. Una poiana. Non grande, color cenere maculato, piegata su un fianco, un’ala spezzata in due punti, gli occhi spalancati dalla paura, dal dolore, dall’agonia. Come aiutare una poiana ferita, bisognosa eppure pronta a cavarti gli occhi con i suoi ramponi sottili, precisi come bisturi? Primo: rassicurarla. Movimenti lenti, suoni ovattati, parole dolci, seduzione. Con tanta pazienza e celata prudenza parve funzionare; le vidi abbassare la guardia, gli artigli richiudersi, le palpebre abbassarsi. Mi infilai comunque dei guanti da lavoro e la afferrai delicatamente, malgrado ciò lanciò un grido disperato… mi sembrò di udire parole luminose come folgori:

“Voglio morire! Rispetta la mia scelta assurda. Nessuno mi ha colpita, era la mia ultima picchiata, quella che mi doveva essere fatale… vorrei che tu venissi con me nel mio ultimo inferno”.

Queste ultime parole non le udii affatto… le lessi!

Non c’erano dubbi: avevo incrociato la traiettoria di un suicidio paventato, desiderato, annunciato… o forse no. Questo è un mondo di mimi ipertrofizzati nelle loro fantasie preferite; prestigiatori virtuoso/ali, esperti in giochi d’ombra, dissimulatori, comparse necessarie di una rappresentazione poco credibile della realtà.

Io le chiamo traiettorie, ma sono persone. Perciò non posso evitare di mettermi in ascolto e provare a decifrare cosa mi dice questa persona di sé (di me, dell’umanità, dell’universo, di Dio).

Mi dice che sfondare il guscio che la imprigiona è faticosissimo, frustrante, debilitante, ti rompi le ali per uscirne e poi… con quali ali volerai? Allora odi il guscio, tutti i gusci del mondo e chi li ha inventati. Hai visto il tuo sangue e hai creduto che là fuori ci fossero solo vampiri; hai sofferto e pensi che là fuori siano tutti meritevoli di sofferenza; ti vedi l’angelo dispensatore di giustizia e di pene, investito direttamente dal tuo dio, quello che tieni in tasca come portafortuna, quello che strofini quando ti serve una magia a buon mercato per le tue questioni da sottoscala condominiale.

Eppure il tuo piccolo mondo periferico mi parla di Altro da te.

E mi ci debbo soffermare, mi ci debbo concentrare, mi ci debbo confrontare, mi ci debbo scontrare senza pietà per arrivare a capire che tu non hai nessuna colpa di essere divenuta una macina che polverizza il senso delle cose. Qualcuno non ti ha pensata in tempo mentre Dio ti dava le ali per atterrare su questo paradiso della vita, quindi adesso ci sputi sopra. Il nido accogliente che doveva darti il benvenuto non è stato allestito, hai trovato una stalla e due stracci ad accoglierti e questo non finirà mai di darti sui nervi, e darai sui nervi di tutti quelli che incontrerai perché la prima cosa che guarderai loro sarà la capacità di costruire nidi perfetti.

A te Dio non dice nulla, a me dice che posso provare a contenerti, che le mie braccia aperte hanno la forma di un nido perfetto, che ti tengo stretta e ci tengo a farlo. Che in te abbraccio la preziosità di una vita sempre e comunque a somiglianza dell’Immenso, malgrado tutto, malgrado la traiettoria che ti sei scelta…malgrado te.

Scrivi poesie di una bellezza ancora intatta, di un dolore quasi perfetto; vorrei poterti dire che sono capitato qui per te e non per caso… ti dirò solo che rimango finché tu lo vuoi.

©simpal

L’ultima…

scia

… mi ha sfiorato improvvisamente il volto, con un fruscio sinistro… o forse era un sibilo rauco. Io le chiamo “traiettorie”, ma potrebbero essere definitite altrimenti, sono comunque storie che camminano, esistenze che rotolano, vite che scorrono, scie umane spesso dentro itinerari divini.

Rimandano al passaggio di qualcosa o di qualcuno, lento o saettante, silente o roboante. Si intuiscono per le tracce che vengono lasciate, per le orme impresse, per impronte digitali rimaste, per i frammenti sparsi o le schegge conficcate, per l’odore rimasto nell’aria, per la polvere in sospensione, per il risucchio d’aria creato, per la persistenza di vuoto che indugia qualche attimo nell’etere, per l’odore acre di freni in attrito o per la nostalgia di un profumo serotino, per la vibrazione decalante di un ramo, per il tremito di una mano svuotata della sua unica carezza, per il bagliore che rilampeggia mille volte nelle pupille, per quel pensiero di paura che ti è sceso lungo la schiena, si è piantato lì e non ne vuole sapere di andar via.

Io le chiamo traiettorie ma sono incroci, attraversamenti, convergenze, incontri o scontri con pensieri, emozioni, gesti spiaccicati sui fogli elettronici da persone-ombra che hanno troppo o nulla da dire, ma lo dicono comunque; che vogliono dire a oltranza, che hanno bisogno di dire perché non è rimasto loro altro che dire e ridire su tutto e su nulla.

Io le chiamo traiettorie perché non sai da dove arrivano, ma ti arrivano sempre addosso, perché ti colpiscono a bruciapelo, come se in questo luogo ci si trovasse sempre allo scoperto, sulla linea di fuoco, tra rabbie represse e gioie compresse; perché non ti vedono, perché non sterzano per evitarti, perché se ti interponi casualmente tra loro e il bersaglio diventi tu il bersaglio, uno in più sul contatore a fare statistica.

Io le chiamo traiettorie ma sono persone.

Io le chiamo traiettorie ma sono solo virgole tracciate nell’universo dal dito di Dio. Quello stesso dito che tracciava segni nella polvere mentre gli uomini intorno a Lui stringevano nelle mani le pietre per lapidare un’altro essere umano. Lui ha parole capaci di fermare le traiettorie dei sassi. Me le bisbiglia ogni giorno a un orecchio, proprio quando le mie parole si fanno più dure e vorrebbero lapidare. Non sempre riesco ad ascoltarLo, ma sempre prima o dopo me ne accorgo; questo è uno dei luoghi umidi della mia vita… quello dove verso ancora qualche lacrima.

©simpal

Perdere…

terremoto

…qualcosa, qualcuno, è come svegliarsi una mattina e constatare che casa tua sta traslocando. Altri si sono inventati che da qui è ora di sgombrare, di andar via. Non solo, ti stanno portando via gli affetti, i mobili, i quadri, le suppellettili e tutto ciò che ti appartiene sotto il naso. Li stanno stivando nell’astronave del dolore e li stanno portando via in un altro tempo. I luoghi dei tuoi ricordi non li troverai più: cancellati. Sotto la tua pelle è scomparso il sangue, la linfa che ti teneva pieno, concreto, eretto, vitale. La fibre disidratano, le ossa friano,  il pensiero atrofizza.

Perciò ti afflosci nel dolore. Divieni, per istanti infiniti, parte polverosa delle rovine di un terremoto. Nessuno ti vede, nessuno ti sente, solo qualcuno in lontananza ti cerca e si dispera, ma niente ti può staccare dal dolore. Il tempo è rallentato, ibernato, succube, passivo, crudele. I rintocchi della tua pena li senti uno per uno, scanditi nel deserto, riecheggianti sulle pareti diroccate…all’infinito. Rimani lì, nella solitudine più arida. Senti che qualcuno tira i dadi a sorte e la sorte è proprio la tua.

Ho in casa una campana eolica, dovrebbe stare fuori, ma siccome qui c’è sempre vento e questa non la finisce più di scampanare, l’ho spostata all’interno. Lei adesso se ne sta in silenzio, ma osserva. Da quando è in casa ha preso anche dei vizi: per esempio ha imparato a mentire. Si, mentire. Un giorno di non molto tempo fa, in piena notte, all’interno della casa, con le finestre chiuse e l’aria ferma, si è messa a mormorane una nenia dolcissima, fatta di delicati rintocchi, di pause, di lievi silenzi e ancora rintocchi, ora acuti ora gravi. Sembrava la colonna sonora di un sogno, ma non era un sogno. Non era l’aria a muoverla, era la terra! La terra tremava, ballava, si scuoteva, rimbombava, rimbalzava, agonizzava, da qualche parte uccideva. Lingue di dolore, in sottili strisce di polvere grigia, stavano diramandosi nella notte a saccheggiare le esistenze di tante creature. Traslocavano forzatamente migliaia di storie da un tempo all’altro. Da un “c’era” ad un “ci sarà”.

Non tutti, non tutto, non allo stesso modo, non allo stesso tempo. Qualcosa si sarebbe perso lasciando uno spazio vuoto. Uno spazio che con il tempo, con la preghiera dei giusti, degli innamorati e dei bambini, sarebbe diventato spazio di contemplazione, osservatorio di verità. Allora e solo allora sarebbero state riedificate le case degli uomini, quelle fatte di carne sotto la pelle, di sangue fluente e di gioia pulsante.

Oggi, seduto in una piazza che non c’è più, in un bar che non esiste più, sorseggiando un caffè nero e amaro nella mia immaginazione, ho incrociato gli occhi di una ragazza con una cicatrice che spaccava l’intera sua esistenza in due. Sono rimasto in silenzio, ma ho invocato il Tuo nome.

©simpal